non avevo niente. per questo ho deciso di scappare dal “mio” paese. paese che non sentivo nemmeno più mio e che di mio non aveva proprio niente. anzi, qualcosa di mio l'ha avuto: indice, medio, anulare e mignolo della mano sinistra; dita che ho perso in un incidente di guerra capitatomi durante una delle tante operazioni militari a cui ho dovuto partecipare sin da ragazzino. i sette anni più lunghi della mia vita. il fucile che mi ha amputato le dita era un fucile italiano. made in italy, come tutto ciò che, nel paese in cui sono nato, ha un che di minimamente tecnologico.
era da anni che pensavo, immaginavo, programmavo e pianificavo la fuga da questo niente soffocante. fuggire, si, perché un paese dove un presidente provvisorio governa da sedici anni senza che sia mai stato eletto, non può che essere una prigione a cielo aperto. una prigione con un padrone che obbliga la "sua" popolazione a credere a ciò che lui decide essere vero o falso. un padrone che ha creato un paese dove, di fatto, non esiste formazione scolastica e dove la libertà di opinione e di informazione sono più amputate delle dita della mia mano. un paese dove tutto è vietato, comandato o abolito. un paese che non offre niente di diverso da corruzione, guerra, miseria e povertà.
ho camminato a lungo e corso velocemente pensando ai miei amici e parenti morti ammazzati, o di stenti, nel paese dal quale stavo fuggendo. ho sudato caldo ed ho sudato freddo immaginando altri amici che mi aspettavano lontani da questa miseria. ho scavato buche e schivato pallottole, ma alla fine sono riuscito ad evadere. ho lasciato il confine di nord-est alle mie spalle, definitivamente. ho camminato senza sosta per quasi un giorno prima di imbattermi nelle capanne che sapevo avrei incontrato alle porte del deserto, prima di affrontarlo. un lurido villaggio dove compatrioti ed ex nemici di guerra si incontravano e si conoscevano, dopo la fuga e prima del lungo viaggio. tutti in fuga dalla propria grande prigione. tutti con la stessa meta, tutti con lo stesso obbiettivo: l'italia.
dietro c’era il niente e davanti innumerevoli ostacoli ed altrettante incognite, a partire da quelle offerte da deserto e mare. ostacoli da superare e da attraversare armato solo di speranza. tonnellate di speranze per una vita libera. ho speso tutto e ho venduto tutto, anche il mio corpo, per questo viaggio. mi sono anche profondamente indebitato con dei criminali, per questo sogno.. per questo incubo che ho vissuto insieme ad un centinaio di disperati coi quali ho condiviso il pochissimo cibo e la pochissima acqua che avevamo a disposizione. siam riusciti quasi tutti ad attraversare il deserto; semplicemente perché tutti noi eravamo ben allenati a patire ed a convivere con carestie, siccità, povertà estrema e malattie letali.
finalmente il mare, il mediterraneo. povertà e ricchezza separate da questo intenso blu, bagnato di mistero e salato di storia. e di storie. mi avevano avvertito che avrei potuto vivere una tragedia che poi, se fossi sopravvissuto, avrei ricordato per tutta la vita. ma non avrei mai creduto di veder morire persone tra le mie braccia e di dovermi cibare delle loro carni crude per poter sopravvivere. no, questo non lo immaginavo.. dodici giorni disumani e dodici notti agghiaccianti.
i trafficanti di corpi, dei nostri corpi, sono stati con noi – ben armati e ben riforniti di viveri e acqua – per tutto il primo giorno della traversata; poi un’imbarcazione, nuova, grande e potente, è venuta a prenderli lasciandoci in balia del mare, del clima e di noi stessi. eravamo più di cento sul barcone, tanti uomini, qualche donna (alcune in cinta) ed una mezza dozzina di bambini.
completamente immobilizzati per mancanza di spazio, ammassati sui nostri escrementi, fisicamente esausti e psichicamente turbati, non potevamo fare altro che sperare nel fato, nel destino, nell’aiuto di dio: chi pregava inutilmente e chi urlava bestemmie al cielo.
sete, fame, botte, sangue, caldo, freddo, paura, orrore..
..sino a quando ci ha avvicinato una nave mercantile. volevano caricarci a bordo per portarci in italia – abbiamo visto la salvezza – ma era troppo grossa per avvicinarsi alla nostra barca. qualche ora più tardi è arrivata un’altra nave, militare, libica, che ci ha gettato dei gommoni per trasferirci a bordo. l’equipaggio che ci attendeva sul ponte indossava una mascherina davanti alla bocca. nessuna accoglienza: non ci hanno né toccato e non ci hanno parlato, ma ci hanno spinto coi piedi verso una botola sotto coperta dove ci hanno rinchiusi, a chiave, senza dirci niente. prima che la nave ripartisse ci hanno dato del riso bianco e dell’acqua, nient’altro. niente altro.
volevamo andare in italia e invece stavamo tornando indietro senza che nessuno si fosse preoccupato di chiederci chi eravamo, come stavamo, da dove scappavamo, perché scappavamo.
in italia avrei potuto richiedere asilo politico e, probabilmente, avrei ottenuto il permesso di soggiorno per i rifugiati. non avrei avuto alcun diritto, ma almeno avrei potuto fare qualche lavoretto che mi avrebbe consentito di sopravvivere e, grazie al mio status, non avrei nemmeno commesso alcun reato di esistenza, di clandestinità..
dopo l’attracco al molo, ci hanno contati, ammanettati e sbattuti su dei camion come se fossimo merce di pessima qualità. ancora calci e ancora pugni e dita negli occhi e urla nelle orecchie. le donne più giovani sono state allontanate con la forza dai loro compagni e dai loro figli. non le abbiamo più riviste.
dopo alcune ore di torrido viaggio siamo giunti a destino, davanti ad un enorme portone di legno incernierato ad un muro altissimo. ai bambini hanno detto di rimanere fuori, mentre noi uomini venivamo malamente spintonati attraverso il portone. il cortile era immenso. abbiamo udito alcuni colpi di arma da fuoco. probabilmente i bambini, ora, avevano un proiettile nella testa.
ci hanno fatto spogliare nudi e ci hanno fatto disporre su file orizzontali ad una distanza di circa cinque metri l’uno dall’altro. poi ci hanno frustato, sulla schiena. ridevano e scommettevano su chi avesse pianto per primo oppure dopo quante frustate avremmo cominciato a sanguinare.
mentre ci frustavano ci urlavano “negro di merda” ma anche “dovete morire” oppure “muori bastardo”. la cosa inquietante è che, nonostante fossero arabi, ci dicevano queste cose in italiano.
sapevano che molti di noi parlavano o capivano l’italiano; evidentemente si erano fatti istruire da chi, l’italiano, lo conosceva come madrelingua.
mentre ci frustavano pensavo a come sarebbe stata diversa la mia vita se mio nonno – militare, bianco, italiano e cattolico – avesse realmente amato mia nonna come lei mi raccontava quand’ero bambino..
se, terminata l’occupazione italiana di asmara, l’avesse portata con sè, in italia..
e se, una volta in italia, avesse continuato ad amarla e rispettarla..
il dolore che stavo provando non era solo fisico, non era solo morale, non era solo razziale.
era totale.
non avevo niente e son fuggito perché volevo esser qualcuno.
ora, invece, sono il niente. io non esisto, per nessuno.